Un nodo su un abito cambia il modo in cui lo guardiamo. Può attirare l’occhio, interrompere una linea, farci immaginare un gesto. Ma quanto racconta davvero di chi lo indossa? Il lavoro di Bianca Banens offre uno spunto per leggere insieme moda, bondage giapponese e libertà.
Illustrazione di un atelier immaginario, non un capo di Bianca Banens.
Una designer incontra le corde a Milano
L’incontro di Bianca Banens con le corde passò dal Peer Rope Milano. Da quell’esperienza nacque un interesse che la designer portò nel fashion design, cercando una relazione fra legatura e abbigliamento.
Fra i riferimenti della collezione descritta nella sua presentazione figuravano il bondage giapponese, la cultura Amish e il concetto di libertà. Banens esprimeva anche il desiderio di realizzare arte da indossare. L’accostamento invita a osservare un vestito attraverso le idee che lo accompagnano, oltre che attraverso la sua forma.
Quando la corda diventa una linea da indossare
Per leggere questo incontro conviene partire dal disegno. Immaginiamo una linea che attraversa una superficie di tessuto: l’occhio la segue, si ferma dove cambia direzione, cerca il punto in cui finisce. Se quella linea gira intorno alla figura, invita a pensare anche a ciò che rimane fuori dalla vista. Il corpo acquista un davanti, un dietro, un percorso.
Guardata in questo modo, la corda può suggerire un percorso intorno alla figura. Il tessuto introduce pieghe e superfici più ampie; l’intreccio concentra lo sguardo. È una lettura visiva del rapporto fra abito e legame, da distinguere dalle caratteristiche tecniche dei singoli capi.
La domanda ritorna nelle sculture di Peter Brooke-Ball, fra pietra e corda. Là la fibra incontra una massa immobile; qui immaginiamo pieghe, passi e cambiamenti di postura. Passare da una scultura a un vestito significa chiedersi che cosa succede alla composizione quando entra in scena il movimento.
Il richiamo kink non è una dichiarazione personale
Una corda o un intreccio possono evocare lo shibari in chi li osserva. L’associazione può essere forte anche quando il dettaglio viene scelto per il colore, la forma o il modo in cui completa un abito. L’immaginario di chi guarda e l’intenzione di chi si veste non coincidono necessariamente.
È qui che la lettura della moda diventa interessante: fra il segno e il significato c’è una persona. Un dettaglio che qualcuno trova provocatorio può essere vissuto da chi lo indossa come elegante, familiare, giocoso. Non basta riconoscere un riferimento al bondage per dedurne preferenze sessuali, disponibilità o appartenenza a una comunità.
Per RopeSpace, il dialogo con la cultura kink passa anche da questa attenzione. Guardare un’immagine e parlare di un’esperienza sono due momenti diversi. Un abito può accendere la curiosità; per conoscere i desideri di qualcuno occorrono le sue parole.
La libertà sta anche nello scegliere il significato
L’accostamento fra libertà e legame lascia una domanda aperta. Una linea che circonda il corpo deve per forza suggerire una rinuncia? Nell’immagine di un abito possiamo leggerla anche come una forma scelta, un modo di presentarsi, un gesto con cui attirare o deviare l’attenzione.
Il contrasto fra coprire e mostrare offre un’altra pista. Possiamo domandarci se un dettaglio inviti a guardare una parte del corpo oppure se ne sottolinei il confine. Le due letture possono cambiare con la postura, con il resto dell’abito e con lo sguardo di chi osserva.
Un abito può lasciare una domanda irrisolta, senza per questo aver mancato il suo scopo. La corda disegna un contorno; chi indossa l’abito decide come abitarlo.


