Il festival romano mise nello stesso spazio bambole di legno, arti visive, tatuaggio, butoh, cerimonie, corde e performance. A distanza di anni, le sue due edizioni documentate raccontano ancora un modo poco accomodante di guardare al Giappone.

Roma, maggio 2014. In un edificio di via Assisi, le sale di Visiva ospitano bambole kokeshi, installazioni, pittura, fotografia, videoproiezioni e corpi in movimento. Nello stesso programma convivono la cerimonia del tè e il tatuaggio, i tamburi taiko e la danza butoh, l’ikebana e lo shibari. Non è una raccolta casuale di simboli giapponesi. È la prima edizione di un progetto che prova a tenere insieme ciò che di solito viene separato: il gesto tramandato e quello che lo contraddice, la disciplina e la scena underground, la forma riconoscibile e ciò che sfugge alle categorie.
Il nome è Kokeshi Rebel Fest. Il progetto nasce dall’incontro tra Anna Livia Carella, orientalista ed esperta di cultura giapponese, e Isabella Corda, conosciuta anche come DolcissimaBastarda, rope stylist, performer e curatrice. Le pagine originali dell’associazione le descrivono come due personalità differenti, unite dalla passione per l’arte e per il Giappone. Quella differenza diventa il metodo del festival.
Non tutto ciò che apparve nel programma aveva lo stesso peso o la stessa provenienza. Proprio questa irregolarità, però, rende oggi interessante tornare alla sua storia. Kokeshi Rebel Fest non voleva offrire un Giappone levigato per il consumo. Preferiva mostrarne le immagini tradizionali accanto alle loro reinterpretazioni occidentali, con tutte le tensioni e le imperfezioni che l’operazione comportava.
Un nome costruito su due tensioni
Le kokeshi sono bambole di legno nate nella regione di Tōhoku, nel nord-est del Giappone. Il portale ufficiale del governo giapponese le descrive come figure dalla testa sferica e dal corpo cilindrico, lavorate al tornio e dipinte a mano. Per più di due secoli furono vendute soprattutto nelle località termali; undici tipologie tradizionali continuano a essere prodotte nelle sei prefetture della regione.
Nel nome del festival, la kokeshi rappresentava la memoria artigianale, la semplicità della forma e un Giappone immediatamente riconoscibile. La parola Rebel introduceva la frattura. Rimandava alle arti non accademiche, alle sottoculture, al tatuaggio, alla performance e alle forme espressive che occupano una posizione meno rassicurante.
La presentazione originale del progetto definiva Kokeshi Rebel Fest come l’unione di visioni diverse e di opposti capaci di produrre qualcosa di ulteriore. Non si trattava di scegliere tra tradizione e ribellione, ma di osservare che cosa accade quando vengono costrette a condividere la stessa stanza.
Il valore di Kokeshi Rebel Fest non stava nel rendere innocui gli opposti, ma nel lasciare visibile la tensione che li teneva insieme.
Questa idea evita una lettura troppo semplice. La bambola non era soltanto decorazione, così come la corda non era soltanto provocazione. Entrambe diventavano materiali attraverso cui parlare di forma, controllo, identità e trasformazione.
Il primo atto a Visiva nel 2014
La prima edizione si svolse domenica 25 maggio 2014 negli spazi di Visiva – La città dell’Immagine, in via Assisi 117 a Roma. La scheda conservata da Artribune e quella pubblicata da Arte.it coincidono su data, luogo e impianto della manifestazione.
Il sottotitolo era Arte, Giappone e visioni al femminile. I tre livelli espositivi raccoglievano installazioni, scultura, pittura, fotografia, tecnica mista e videoarte. Il programma affiancava dimostrazioni e pratiche tradizionali — cerimonia del tè, shodō, origami, ikebana, haiku e taiko — a danza butoh, Gothic Lolita, irezumi e performance di shibari.
La prospettiva femminile non era affidata a una sola immagine della donna. Il programma riuniva artiste, performer e tatuatrici con linguaggi molto diversi. Tra i nomi indicati dalle fonti compaiono Francesca Fini, Isabella Corda, Inanna Trillis, Nilde Mastrosimone, Sylvia Di Ianni e numerose autrici attive nella fotografia, nella pittura, nell’installazione e nel tatuaggio.
L’elenco è ampio, ma il dato più significativo è la costruzione del contesto. Lo shibari non veniva isolato in una serata esclusivamente fetish. Entrava in una conversazione con il corpo performativo, la moda, l’immagine, il segno e il modo in cui l’Occidente osserva e ricompone la cultura giapponese.

Questa scelta non cancellava la componente erotica. La spostava, però, dentro un programma culturale più articolato. Il corpo legato poteva essere letto come presenza scenica e forma visiva, senza fingere che la corda fosse neutra o priva di una storia adulta.
La seconda edizione sulla Via Appia
Il festival tornò il 3 e 4 ottobre 2015 negli spazi dell’Ex Cartiera Latina, lungo la Via Appia Antica. La seconda edizione durò due giorni e adottò come tema L’armonia degli opposti. la Repubblica Roma la raccontò attraverso una galleria fotografica dedicata al dialogo tra punti di vista orientali e occidentali.
La sede contribuiva al cambio di scala. Gli ambienti dell’Ex Cartiera permettevano esposizioni, laboratori, lezioni, conferenze e performance serali. Il programma attraversava pittura, disegno, fotografia, installazione, video, arti marziali, origami, musica, taiko, koto, shamisen, cerimonia del tè, butoh, tatuaggio e legature.
La sezione dedicata al tatuaggio affrontava figure della paura e del soprannaturale giapponese, tra yōkai, bakemono e oni. Le corde continuavano a occupare un posto riconoscibile, ma non esclusivo. La ricostruzione pubblicata da MyWhere descrive un festival volutamente antiaccademico, capace di dare spazio alle arti tradizionali e alle espressioni considerate laterali o difficili da collocare.
La seconda edizione rendeva più esplicita la doppia prospettiva del progetto. Il Giappone era insieme esperienza vissuta, oggetto di studio, immaginario artistico e superficie sulla quale l’Occidente proiettava i propri desideri. Mettere nello stesso cartellone artisti orientali e occidentali non risolveva questa distanza; la trasformava nel tema stesso della manifestazione.
Le corde dentro un paesaggio più ampio
Il ruolo dello shibari nel Kokeshi Rebel Fest merita precisione. Le cronache dell’epoca lo presentavano spesso come un’antica arte giapponese della legatura. È una formula diffusa, ma troppo lineare per raccontarne l’evoluzione moderna. Le pratiche contemporanee associate a shibari e kinbaku hanno attraversato illustrazione, fotografia, editoria, teatro, performance e contesti erotici; inoltre, termini e interpretazioni cambiano tra scuole e comunità.
Nel festival, la corda funzionava come un linguaggio di confine. Aveva una dimensione tecnica e relazionale, ma anche sartoriale, plastica e scenica. Il percorso di Isabella Corda descritto nelle pagine originali del progetto passava dal rope styling alla videoarte, dalla poesia alla musica e al fashion bondage. La legatura non compariva quindi come una dimostrazione separata dal resto, ma come un gesto capace di contaminare altri linguaggi.
Questa posizione è ancora attuale. Un’immagine di rope può essere potente, ma da sola non spiega il rapporto tra le persone, il consenso, la preparazione o le decisioni che la rendono possibile. Per questo RopeSpace parla della corda anche attraverso gli spazi, le regole e le comunità che si costruiscono intorno alla pratica, come nell’approfondimento su come nasce uno spazio Shibari che diventa comunità.

Rileggere Kokeshi Rebel Fest da questa prospettiva significa evitare due riduzioni. La prima consiste nel trasformarlo in una semplice rassegna sul Giappone. La seconda nel ricordarlo soltanto per le sue immagini più provocatorie. Il suo interesse stava precisamente nell’attrito tra i due registri.
Che cosa resta oggi
Le fonti consultate documentano con chiarezza le edizioni del 2014 e del 2015. Non abbiamo trovato annunci verificabili di edizioni successive. Il vecchio dominio ufficiale non conserva più il progetto originale, mentre alcune pagine dell’associazione restano consultabili su Wix e diverse testate mantengono schede, fotografie e cronache dell’epoca.
È una condizione comune agli eventi indipendenti. Programmi, nomi, fotografie e comunicati sopravvivono in luoghi diversi, mentre il sito che li teneva insieme scompare. Ciò che resta non è una cronologia perfetta, ma una costellazione abbastanza precisa da ricostruire l’identità del festival senza inventarne una continuazione.
Kokeshi Rebel Fest appartiene alla storia culturale di una Roma capace di accogliere esperimenti difficili da classificare. La prima edizione portò la scena in uno spazio dedicato all’immagine; la seconda la spostò lungo la Via Appia, ampliando il confronto tra arti, pratiche e sottoculture. In entrambe, la corda fu una parte del discorso, non un espediente per attirare lo sguardo.
Il suo lascito più interessante non è un’estetica da ripetere. È un metodo. Accostare tradizione e dissenso senza fingere che siano la stessa cosa. Lasciare che un gesto artigianale dialoghi con il corpo contemporaneo. Trattare la cultura non come una vetrina ordinata, ma come un luogo in cui le forme cambiano quando incontrano altre persone.
Per orientarsi
Domande frequenti
Che cos’era Kokeshi Rebel Fest?
Kokeshi Rebel Fest era una manifestazione culturale nata a Roma nel 2014 e dedicata alle arti e alla cultura giapponese, osservate attraverso linguaggi tradizionali, contemporanei e underground. Il programma comprendeva arti visive, performance, musica, pratiche tradizionali, tatuaggio, danza e shibari.
Quando e dove si svolse?
La prima edizione si tenne il 25 maggio 2014 a Visiva – La città dell’Immagine, in via Assisi 117 a Roma. La seconda si svolse il 3 e 4 ottobre 2015 all’Ex Cartiera Latina, lungo la Via Appia Antica.
Chi ideò il festival?
Le pagine originali del progetto indicano come ideatrici e direttrici artistiche Anna Livia Carella, orientalista ed esperta di cultura giapponese, e Isabella Corda, performer e rope stylist conosciuta anche come DolcissimaBastarda.
Quale ruolo aveva lo shibari?
Lo shibari era una delle forme performative presenti nel programma. Non costituiva l’intero festival, ma dialogava con fotografia, videoarte, moda, musica, danza, tatuaggio e altre pratiche legate al corpo e alla cultura visiva.
Perché il festival si chiamava Kokeshi Rebel?
Il nome accostava due immagini. La kokeshi richiamava l’artigianato tradizionale del Tōhoku; Rebel indicava le arti non convenzionali, le sottoculture e la volontà di mostrare un Giappone meno uniforme e più contraddittorio.
Il festival è ancora attivo?
Le fonti verificate documentano le edizioni del 2014 e del 2015. Non abbiamo trovato conferme affidabili di edizioni successive. Questa pagina è una ricostruzione editoriale e non rappresenta un calendario ufficiale del festival.



